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Banca e impresa. Pensavo fosse amore, invece...

Si è concluso da qualche mese il 2018, che già questo inizio del nuovo anno è presentato con una serie di dati economici poco confortanti. Chi, come me, vive nelle aziende e respira la stessa aria degli imprenditori, aveva già avuto delle avvisaglie di una pausa nella ripresa che si era manifestata nell’ultimo periodo.

Senza voler entrare nei meandri della discussione economico-politica, mi preme invece sottolineare come questo 2019 sarà un ponte significativo per la crescita dei prossimi anni. Tra gli ostacoli che ci saranno da affrontare, oltre a quelli di sempre, come il mercato, la politica economica e il reperimento delle risorse umane qualificate (vero capitale), il 2019 ci regala anche un nuovo scenario a cui dovremmo tutti fare fronte e che rappresenta una importante discontinuità: il cambiamento del sistema bancario e la conseguente ripercussione che questo avrà su tutte le imprese italiane, anche e soprattutto quelle agricole. Parlo delle imprese agricole perché per anni hanno considerato il debito per l’ acquisto dei terreni come un “debito buono”, che si rivaluta nel tempo, quindi si paga da solo quasi non fosse un debito; spesso tuttavia mi sono dovuto confrontare con realtà che non avevano valutato la propria capacità di creare flussi di cassa attivi (cash flow) in grado di sostenere questo debito e sono finite in debito di ossigeno (crisi di liquidità).

Il credit crunch selettivo

Le condizioni che si sono create sul mercato fanno di questo momento storico un elemento di rottura soprattutto per chi è indebitato con il Sistema Bancario (circa il 90% di tutte le aziende italiane); queste circostanze hanno accelerato velocemente quello che più operatori, anche istituzionali, definiscono CRÉDIT CRUNCH SELETTIVO. Mentre al primo credit crunch abbiamo risposto qualche anno fa con bassi tassi di interesse, oggi non disponiamo più di quest’arma e, per di più, siamo in un momento in cui, a questa situazione, si sommeranno ulteriori criticità del sistema bancario italiano e di conseguenza per le aziende indebitate con esso:

  • la fine Quantitative Easing;
  • l’introduzione dal 1° gennaio 2018 dell'IFRS9, un nuovo modello di classificazione e misurazione degli strumenti finanziari;
  • l’innalzamento, iniziato a maggio 2018, degli spread sui titoli di stato vera minaccia per i bilanci bancari.
  • la politica dei Non Performing Loans (NPLs) per riportare il sistema bancario italiano al riparo da eventuali shock che ancora si potrebbero verificare.

1) La fine del Q.E.

Non mi dilungo a descrivere che cos’è il Q.E. visto che in questi ultimi mesi tutti si sono prodigati nel farlo; in estrema sintesi, è la creazione di nuova moneta destinata all’acquisto di titoli finanziari. Il Q.E. ha lo scopo di stimolare la crescita economica, rilanciare la produzione, l’occupazione, stabilizzare l’inflazione e aiutare gli Stati in difficoltà a sostenendo e rinnovando il loro debito.

Sarebbe interessante fare un bilancio per comprendere meglio a distanza di anni quali di questi obiettivi sono stati effettivamente raggiunti.

Dei vari Q.E., invece, mi limiterò a descrivere le conseguenze derivanti dalla fine degli stessi, o meglio, della percezione della fine degli stessi. Infatti, non appena la principale Banca Centrale, la FED, ha utilizzato la parola “rialzo dei tassi” e il mercato ha capito che stava facendo sul serio, cosicché le quotazioni delle principali borse mondiali hanno virato verso il basso, portando il risultato di tutto il 2018 in negativo (al 20 dicembre oltre il 93% delle asset class era in rosso). A supporto di questa analisi, non appena la FED ha corretto le sue dichiarazioni avvicinandosi all’ idea di effettuare un “rialzo dei tassi” se le condizioni economiche lo avessero consentito, tutte le asset class sono tornate in territorio positivo, facendo registrare performance stellari in questo inizio anno.

Direi che questi dati sono sufficienti a comprendere quale scenario si possa materializzare da qui a breve nella concessione del credito non appena la “normalità” prenderà il posto del Doping Finanziario, nonostante i recenti interventi da “colomba” di Mario Draghi.

2) L’introduzione del IFRS9

Che cos’è? È un nuovo metodo di classificazione e misurazione degli strumenti finanziari che il Sistema Bancario utilizza dal 1° gennaio 2018.

L’ introduzione di questo modello prevede l’adozione di un nuovo criterio di valutazione delle perdite attese e la definizione di nuove regole di rilevazione degli strumenti di copertura.

L’IFRS9 disciplina, quindi, in maniera più severa le modalità con cui le banche dovranno effettuare gli accantonamenti sui crediti creando una discontinuità rispetto al recente passato. Prevede, infatti, che le banche effettuino accantonamenti non solo per i crediti già deteriorati (Non Performing Loans), ma anche per quelli che potrebbero deteriorarsi in futuro (crediti «in bonis»).

Gli istituti dovranno infatti stimare le perdite attese (expected credit loss) e metterle a bilancio. Ciò determina un serio problema di redditività che costringerà gli istituti bancari ad adottare criteri più rigorosi per la concessione di nuovo credito.

3) Titoli di Stato e spread

Il portafoglio dei titoli di Stato in mano al nostro sistema bancario è intorno ai 400 miliardi di euro. Per quanto tale logica sia dovuta alla politica promossa dal Q.E., tale posta, causa un rischio tasso e un rischio credito, che potrebbe creare perdite ingenti per gli istituti, già fiaccati nella redditività da un numero degli sportelli elevato rispetto alla media europea (+30%), e un numero di dipendenti troppo elevato (+25%) .

L’innalzamento dello spread BTP/Bund tedesco ha un impatto diretto sul debito pubblico e sui tassi di finanziamento alle imprese e indiretto sulla propensione al consumo, sui profitti delle aziende e quindi anche sulla raccolta fiscale, senza pensare all’evasione che di solito nei periodi di crisi, cresce. Nell’ultimo anno lo spread ha toccato valori anche superiori a 300 punti, passando da un range di inizio 2018 dove stazionava tra 120bp e 140bp, all’ultima rilevazione del 25/03/2019 dove si attesta a circa 252bp. Se questi numeri non vi dicono molto basti pensare che il valore è raddoppiato nell’ ultimo anno. È facile comprendere che, unito ai dati del PIL pubblicati, il mix tra innalzamento degli spread e rallentamento dell’ economia non è che un allarme per il credito alle imprese.

4) I Non performing Loans

Lo sforzo mostruoso compiuto dai nostri Istituti sul fronte NPLs (sofferenze) non è ancora sufficiente per mettere gli istituti al riparo da una nuova recessione. La percentuale di crediti in sofferenza nel nostro paese è ancora sensibilmente superiore alle medie europee; questa percentuale potrebbe addirittura crescere in relazione alla percentuale di UTPs (i vecchi incagli bancari). Il peggioramento della situazione economica, peraltro già registrata, non farà altro che favorire il passaggio di una parte di UTPs a NPLs appesantendo così i bilanci delle nostre banche già provate dalla vendita a prezzi molto scontati delle vecchie posizioni in sofferenza.

Le conseguenze già visibili

L’innalzamento delle sofferenze negli anni della crisi coinvolse anche le imprese potenzialmente sane, che subirono il credit crunch come le altre aziende meno virtuose. Le banche infatti a fronte delle perdite sui crediti dovettero, per sottostare alla normativa comunitaria, ridurre il totale degli attivi diminuendo i prestiti alle imprese.

Nella relazione sul 2017, anno molto positivo economicamente, Bankitalia già registrava i primi segnali di un restringimento del credito: si passò infatti dai 780 MLD di prestiti del 2016 ai 740 MLD del 2017, portando il saldo dall’inizio crisi al -15%. Rispetto al primo Credit Crunch si è tuttavia verificato un fenomeno diverso: non tutte le aziende infatti hanno subito questa contrazione di credito allo stesso modo. A fronte di molte imprese che si sono viste rifiutare la concessione del credito sé è registrato un minor numero di imprese che si sono visti invece concedere maggiori finanziamenti.

A subire maggiormente le conseguenze di questo nuovo corso infatti sono state le aziende, soprattutto PMI, che, distratte dalle politiche del credito facile concesso grazie al Q.E., non hanno percepito il cambiamento più profondo del sistema bancario e non hanno lavorato sulla propria pagella, il RATING.

Non pioverà più sul bagnato

In attesa di valutare i dati 2018 dalla relazione BANKITALIA, il dato più recente lo fornisce l’ultimo rapporto mensile di Unimpresa che parla di un ulteriore riduzione dei prestiti: i 740MLD del 2017 sono diventati ormai 679, con una riduzione in 2 anni di 100MLD.

Voglio concludere con un messaggio positivo, perché mi piace guardare il bicchiere mezzo pieno. A differenza del passato, dove pioveva spesso sul bagnato cioè la valutazione del merito di credito veniva fatto principalmente attraverso la stima delle poste patrimoniali, da oggi il credito andrà ai più meritevoli, a quelli che cercheranno di comprendere come lavorare sulla propria azienda per costruirsi una buona REPUTAZIONE BANCARIA. Migliorare il proprio RATING non significa occuparsi solo degli oneri bancari, ma assicurarsi l’ accesso al credito bancario e non, necessario alla continuità aziendale, basando le proprie strategie principalmente sui flussi reddituali attivi di cassa come capacità di sostenibilità del debito contratto.

I bassi tassi di interesse e il credito facile a cui abbiamo assistito negli ultimi anni grazie alle politiche monetarie della BCE è finito.

Anche io ho pensato per un momento che fosse amore...invece era un calesse.

Mirco Del Duca, specialista finanziario

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