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Nuovo attacco al regime speciale IVA in agricoltura

Il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha manifestato l’intenzione del Governo di rimodulare l’IVA agricola allineandola al modello europeo.

In buona sostanza l’Esecutivo sta pensando di precludere alle aziende agricole di grandi dimensioni (con volume d’affari superiore ai 2.000.000 di Euro) l’applicazione del regime speciale IVA, costringendole ad adottare il regime ordinario IVA da IVA.

La manovra che, come vedremo in seguito, potrebbe avere un impatto a dir poco devastante per tutto il mondo agricolo, si inserisce nell’ambito di quei provvedimenti (denominati “Tax Expenditures”) che il Governo, sulla base di quanto previsto dalla Legge Delega n. 23/2014, dovrà emanare al fine di monitorare e far fronte ai fenomeni di “erosione fiscale”. In sostanza, per evidenti questioni di gettito, si intendono colpire sistematicamente quei settori che godono di particolari agevolazioni fiscali.

Per comprendere la reale portata di questo provvedimento occorre svolgere preliminarmente alcune considerazioni sul regime speciale IVA in agricoltura.

A differenza di quello che accade nel regime ordinario in cui l’IVA è un’imposta neutrale, nel settore dell’agricoltura (regime speciale ex art. 34 D.P.R. 633/72) l’IVA portata in detrazione non è quella sugli acquisti, ma è stabilita sulla base delle percentuali di compensazione, fissate con appositi decreti.

In virtù di questa “finzione giuridica” (voluta dal legislatore nel 1979 al fine di far fronte alla crisi del settore), quando la percentuale di compensazione dà un risultato più elevato di quella che è l’IVA sugli acquisti, la differenza può essere considerata una vera e propria “rendita fiscale”.

Supponiamo, ad esempio, che un avicoltore in regime speciale IVA venda carne di pollo alla GDO per 100.000 Euro; in questo caso, sulle vendite verrà applicata l’IVA per un importo di 10.000 Euro (aliquota al 10%). Il regime speciale consente all’agricoltore di trattenere una parte dell’IVA incassata sulle vendite, pari ad Euro 8.500 (8,50% - percentuale di compensazione); conseguentemente, dovrà versare all’erario 1.500 Euro (1,5%).

Supponiamo, a questo punto, che l’IVA versata per l’acquisto dei prodotti inerenti all’allevamento sia pari ad Euro 4.000 (aliquota IVA al 4% per l’acquisto di mangime); in questo caso, in capo all’allevatore si genererà una rendita fiscale pari a 4.500 Euro (4,5%).

Orbene, l’intervento ventilato dal Ministero costringerebbe le aziende agricole coinvolte ad applicare il regime ordinario IVA da IVA, privandole della su menzionata rendita fiscale, con evidenti effetti negativi a conto economico.

Con un siffatto provvedimento il Governo pensa di colpire esclusivamente le aziende di grandi dimensioni (l’intervento sembra limitato alle aziende con volume d’affari superiore a 2 milioni di Euro), ma queste considerazioni sono viziate da un macroscopico errore.

Infatti, l’attuale conformazione del mondo agricolo, caratterizzato dalla cooperazione (cooperative agricole) e dai contratti associativi (contratto di soccida), fa sì che il grande produttore sia legato a doppio filo con il piccolo agricoltore/allevatore. Pertanto, se il governo andrà a colpire la redditività delle aziende agricole di maggiori dimensioni (prime fra tutte le coop) è ovvio che i primi a subire gli effetti di tali interventi saranno i piccoli agricoltori/allevatori che vedranno ridotta la valorizzazione dei prodotti conferiti o la monetizzazione degli animali allevati in soccida.

Non solo, un intervento di questo tipo produrrebbe conseguenze negative anche sui prezzi al consumo che subirebbero un inevitabile incremento, penalizzando il consumatore finale ed indebolendo i produttori italiani rispetto a quelli esteri.

In buona sostanza, riteniamo che quanto annunciato nei giorni scorsi dal Ministro Martina non sia assolutamente condivisibile, poiché, oltre a presentare evidenti profili di iniquità (il volume d’affari non è un parametro attendibile per verificare la redditività di un’azienda e, conseguentemente, la sua capacità contributiva), penalizza indubbiamente un comparto produttivo che storicamente gode di pochissima marginalità.

Il settore dell’agricoltura è da anni nel mirino del Fisco; a questo punto, sembra ormai inevitabile che il Governo, anche in virtù dell’espressa delega ricevuta dal Legislatore, prima o poi metterà mano ai regimi agevolativi previsti per questo settore.

Tuttavia, se si agisce senza conoscere le dinamiche del mondo agricolo, si rischia di mettere in crisi un intero comparto produttivo. Per questo motivo gli esperti di Consulenzaagricola.it ritengono che nella denegata ipotesi in cui l’Esecutivo voglia mettere mano al regime speciale IVA, l’intervento dovrebbe essere finalizzato a ridurre le percentuali di compensazione (ciò comporterebbe una conseguente riduzione della rendita fiscale) per quei comparti produttivi che godono di ampia marginalità senza creare problemi di aumento del costo dei prodotti al consumo.
 

Luciano Mattarelli
Vanni Fusconi


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