tr?id=945082922274138&ev=PageView&noscript=1 Banca Dati - Sentenze fiscali

Sentenze

 

Secondo quanto previsto dalla L. 604/1954, articolo 7, comma 1, la decadenza dalle agevolazioni fiscali relative all'acquisto della piccola proprietà contadina, nell'ipotesi di cessazione della coltivazione diretta del fondo da parte dell'acquirente, prima del decorso di 5 anni dall'acquisto, non opera qualora la mancata attivazione derivi da fatti obiettivi sopravvenuti non riconducibili all'acquirente sotto un profilo soggettivo quale la morte del coltivatore diretto ovvero in ipotesi di oggettiva impossibilità della coltivazione per causa "non riconducibile", sotto il profilo soggettivo, all'acquirente. È dato evincere a contrariis che, ai fini della decadenza, assume rilevanza ogni causa di mancata coltivazione comunque ascrivibile alla potestà del contribuente sicché si ha la decadenza dalle agevolazioni anche nella ipotesi della esecuzione (in luogo della coltivazione) di opere prodromiche e funzionali all'esercizio dell'agricoltura, ovvero nel caso di affitto del fondo di "durata limitata" (infra annuale e solo per i mesi occorrenti) finalizzata alla coltivazione intercalare, ossia, di breve ciclo all'interno della realizzazione di un prodotto dello stesso genere di più lungo ciclo, ovvero perfino "anche nell'ipotesi in cui il trasferimento della proprietà sia stato compiuto da uno dei comproprietari a favore degli altri, membri della medesima famiglia coltivatrice, per sopravvenuta inabilità al lavoro dell'alienante” (cfr. sentenze n. 3199/2018, n. 6688/2014, n. 18849/2007, n. 13219/2001 e n. 503/1992).

 

In tema di ICI, la riduzione per i terreni agricoli prevista dal D.Lgs. 504/1992, articolo 9, è condizionata alla ricorrenza dei requisiti della qualifica di coltivatore diretto o di Iap, e della conduzione diretta dei terreni. Ai fini di detta norma, si considerano coltivatori diretti o Iap, secondo il D.Lgs. 446/1997, articolo 58, comma 2, le persone fisiche iscritte negli appositi elenchi comunali previsti dalla L. 9/1963, articolo 11, e soggette al corrispondente obbligo dell'assicurazione per invalidità, vecchiaia e malattia. Ne consegue che l'iscrizione di cui al D.Lgs. 446/1997, articolo 58, è idonea a provare, al contempo, la sussistenza dei primi 2 requisiti, atteso che chi viene iscritto in quell'elenco svolge normalmente a titolo principale quell'attività (di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo) legata all'agricoltura (cfr. sentenza n. 214/2005).

 

In materia di agevolazioni concesse in favore della piccola proprietà contadina, ai sensi del D.Lgs. 228/2001, articolo 9, non incorre in alcuna decadenza il coltivatore diretto che prosegua la coltivazione del fondo in veste di socio di nuova società di persone esercente attività agricola, restando indifferente che la coltivazione avvenga nella diretta detenzione di persona fisica o mediata dal socio, qualunque sia la compagine sociale, sicché non si applicano i limiti previsti dal D.Lgs. 228/2001, articolo 11 (cfr. ordinanza n. 1565/2016).

 

Ai sensi del D.P.R. 600/1973, articolo 38, l'Amministrazione può legittimamente procedere con metodo sintetico alla rettifica della dichiarazione dei redditi di un coltivatore diretto, comprensiva soltanto del reddito agrario e dominicale, determinati in base agli estimi catastali, del fondo da lui condotto, quando da elementi estranei alla configurazione reddituale prospettata dal contribuente si possa fondatamente presumere che ulteriori redditi concorrano a formare l'imponibile complessivo, incombendo, in tal caso, a norma dell'articolo 38, comma 6 al contribuente l'onere di dedurre e provare che i redditi effettivi frutto della sua attività agricola sono sufficienti a giustificare il suo tenore di vita, ovvero che egli possiede altre fonti di reddito non tassabili, o separatamente tassate. Conseguentemente, non è precluso all'Amministrazione Finanziaria l'utilizzo, anche nei confronti del contribuente coltivatore diretto, di forme di accertamento che conseguano alla rilevazione di indici di una capacità patrimoniale non coordinabile con il reddito forfettario denunciato (cfr. sentenze n. 3260/2019, n. 19557/2014, n. 9313/2010, n. 10385/2009, n. 6952/2006 e n. 7505/2003).

 

Allorché il contribuente abbia aderito alla rivalutazione delle proprie partecipazioni societarie, non negoziate nei mercati regolamentati e possedute alla data del 1° gennaio 2002, secondo la disciplina di cui alla L. 448/2001, articolo 5, provvedendo al versamento dell'imposta sostitutiva dovuta, e abbia quindi aderito anche alla seconda rivalutazione delle stesse partecipazioni, come disciplinata dal D.L. 282/2002, articolo 2, comma 2, ed estesa dal D.L. 355/2003, articolo 6-bis, alle partecipazioni possedute alla data del 1° luglio 2003, il contribuente ha diritto al rimborso di quanto versato in occasione della prima rivalutazione, nei limiti dell'imposta sostitutiva effettivamente versata a seguito della nuova rideterminazione di valore della partecipazione sociale, rimanendo escluso che il rimborso possa essere corrisposto in misura superiore.

 

In tema di deducibilità dei contributi previdenziali versati dal titolare dell'impresa familiare nell'interesse dei collaboratori, l'imprenditore ha solo diritto di rivalsa nei confronti del beneficiato, potendo invece dedurne l'importo dal proprio reddito nella sola ipotesi in cui si tratti di familiare compreso nell'articolo 433 c.c., e a condizione che sia a suo carico.

 

Sussistendo le condizioni richieste dall'articolo 5, commi 4 e 5, Tuir, il reddito dell'impresa familiare risultante dalla dichiarazione dell'imprenditore va imputato ai familiari che abbiano prestato la loro attività nell'impresa in modo continuativo e prevalente, proporzionalmente alla rispettiva quota di partecipazione agli utili. La quota di reddito attribuibile ai soggetti partecipanti all'impresa familiare non può superare il 49% dell'ammontare complessivo del reddito emergente dalla dichiarazione annuale, mentre le eventuali perdite conseguite dall'imprenditore non possono essere imputate ai collaboratori, ma sono di esclusiva pertinenza del titolare dell'impresa. Nonostante si parli di "imputazione" e, quindi, di determinazione di un unico reddito con successiva ripartizione ai partecipanti, risulta evidente, quanto alla natura dei redditi, che il reddito del titolare, pari al reddito dell'impresa familiare al netto delle quote spettanti ai familiari collaboratori, costituisce reddito d'impresa, mentre le quote spettanti ai collaboratori, che non sono contitolari dell'impresa familiare, costituiscono redditi di puro lavoro, non assimilabili a quello di impresa (cfr. sentenze n. 30842/2017, n. 2472/2017, n. 26388/2010 e n. 28558/2008).

 

Il D.Lgs. 228/2001, articolo 5, comma 2-bis, prevede che "Al trasferimento a qualsiasi titolo di terreni agricoli a coloro che si impegnino a costituire un compendio unico", cioè dell'estensione ritenuta necessaria al raggiungimento del livello minimo di redditività, "e a coltivarlo o a condurlo in qualità di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo professionale per un periodo di almeno dieci anni dal trasferimento si applicano le disposizioni di cui alla L. 97/1994, articolo 5-bis, commi 1 e 2". Tale disposizione è da intendersi nel senso della contestualità della sussistenza e dell'impegno a costituire il compendio unico e di coltivarlo o condurlo in qualità di coltivatore diretto o d'imprenditore agricolo professionale. Il venir meno anche di uno solo degli elementi previsti comporta pertanto la perdita del beneficio (cfr. ordinanze n. 8618/2018, n. 10544/2017, n. 21847/2016 e n. 28294/2013).

 

In tema di agevolazioni tributarie, il contribuente che intenda fruire dei benefici previsti per la piccola proprietà contadina di cui alla L. 604/1954, e che all'atto della registrazione si sia limitato a produrre l'attestazione di cui all’articolo 4, comma 1, in luogo del certificato previsto dall'articolo 3, è tenuto, ai sensi dell'articolo 4, comma 2, a presentare il certificato dell'ispettorato agrario attestante il possesso dei requisiti prescritti entro il termine di tre anni dalla registrazione dell'atto stabilito a pena di decadenza. Il contribuente che non adempia all'obbligo di produrre il previsto certificato definitivo entro il prescritto termine di decadenza di tre anni dalla registrazione dell'atto (ove stipulato prima dell'entrata in vigore della L. 25/2010), perde il diritto al beneficio, salvo che dimostri di essersi attivato per conseguire la documentazione in tempo utile e che il superamento del predetto termine sia dovuto all'inerzia degli uffici competenti e non alla propria negligenza nel richiedere o sollecitare il rilascio del certificato (cfr. sentenze n. 2941/2018, n. 9842/2017, n. 16425/2015, n. 21980/2014, n. 5029/2012 e n. 1046/2011).

 

L'impugnazione dell'atto di classamento di un fondo di cui siano proprietari più soggetti, dà luogo a un litisconsorzio necessario tra tutti i comproprietari, non potendosi ammettere che tale accertamento, vincolante ai fini dell'esercizio del potere impositivo, possa condurre a valutazioni diverse in ordine alla natura dell'immobile medesimo. Il giudizio di impugnazione dell'atto di classamento si sarebbe dunque dovuto svolgere nel contraddittorio degli altri comproprietari (oltre che dell'usufruttuario), previa integrazione del contraddittorio ex articolo 102, c.p.c. (cfr. sentenza n. 15489/2010).

 

In tema di agevolazioni tributarie a favore della piccola proprietà contadina di cui alla L. 604/1954, il giudice tributario può autonomamente accertare l'esistenza dello status di coltivatore diretto, dovendo escludersi che l'esercizio del potere di certificazione relativo alla sussistenza o meno di tale status - potere attribuito dalla legge all'Ispettorato Provinciale Agrario - possa svolgere alcun effetto preclusivo o condizionante rispetto alla piena tutela del diritto soggettivo all'agevolazione fiscale." (Vedi Cass. n. 10248 del 2013; n. 8326 del 2014; n. 26454 del 2018).

 

In tema di imposta di registro, nell'ambito del D.P.R. 634/1972, tariffa allegata A, articolo 1, vanno compresi gli atti negoziali relativi allo sfruttamento sia di miniere, sia di cave o torbiere quando implicano il trasferimento o la costituzione di un diritto reale immobiliare di godimento. Tali atti se comportano, invece, il trasferimento del materiale estratto o la costituzione di diritti reali su di essi, oppure la nascita di diritti di obbligazione, vanno ricompresi nell'ambito dell'articolo 2 della tariffa stessa (cfr. sentenze n. 8152/1990 e n. 6550/1986).


 

Ai sensi dell'articolo 980 c.c., in caso di cessione di diritto di usufrutto di cava da parte dell'usufruttuario a una società, anche per un periodo superiore a quello previsto dall'articolo 979 c.c., il corrispettivo riconosciuto all'usufruttuario non è reddito di impresa, ma reddito diverso ai sensi dell'art. 67 Tuir, dovendosi applicare il principio di conservazione del contratto deducibile dall'articolo 1419 c.c., comma 1 e dall'articolo 1424 c.c.

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