tr?id=945082922274138&ev=PageView&noscript=1 Banca Dati - Sentenze fiscali

Sentenze

 

In tema di imposta di registro, l’avviso di liquidazione non può essere fondato esclusivamente sullo scostamento tra il corrispettivo dichiarato nell’atto di compravendita e il valore del bene risultante dalle quotazioni OMI pubblicate sul sito web dell’Agenzia delle entrate, atteso che queste non costituiscono fonte di prova del valore venale in comune commercio, il quale può variare in funzione di molteplici parametri (quale l’ubicazione, la superficie, la collocazione nello strumento urbanistico), limitandosi a fornire indicazioni di massima e dovendo, invece, l’accertamento essere fondato su presunzioni gravi, precise e concordanti (cfr. sentenza n. 21813/2018).


 

In relazione alla motivazione degli atti di classamento, costituisce giurisprudenza consolidata il principio secondo cui "in tema di classamento di immobili, qualora l'attribuzione della rendita catastale avvenga a seguito della procedura disciplinata dal D. L. 16/1993, articolo 2, convertito in L. 75/1993 e dal D.M. 701/1994 (c.d. procedura DOCFA), l'obbligo di motivazione dell'avviso di classamento può ritenersi soddisfatto con la mera indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita solo se gli elementi di fatto indicati dal contribuente non siano stati disattesi dall'Ufficio e l'eventuale discrasia tra rendita proposta e rendita attribuita derivi da una valutazione tecnica sul valore economico dei beni classati, mentre, in caso contrario, la motivazione dovrà essere più approfondita e specificare le differenze riscontrate sia per consentire il pieno esercizio del diritto di difesa del contribuente, sia per delimitare l'oggetto dell'eventuale contenzioso (cfr. ordinanze n. 31809/2018, n. 6065/2017, n. 12497/2016 e n. 23237/2014).

 

In tema di Iva, il versamento di un acconto sul prezzo con emissione della relativa fattura in relazione a un contratto immobiliare costituisce un'operazione imponibile, ai sensi del D.P.R. 633/1972, articolo 6, comma 4, il quale, con riferimento a tutti i casi di cessioni di beni immobili in cui l'emissione della fattura o il pagamento, in tutto o in parte, del corrispettivo avvengano prima della stipulazione dell'atto definitivo di trasferimento del diritto, dispone che l'operazione si considera effettuata, limitatamente all'importo fatturato o pagato, alla data della fattura o a quella del pagamento. Tuttavia, sebbene la stipulazione del contratto preliminare di vendita sia sufficiente, ai sensi del D.P.R. 633/1972, articolo 6, commi 1 e 4, a realizzare il presupposto dell'imposizione, nei limiti dell'importo fatturato o pagato, è legittima la contestazione della detraibilità dell'imposta assolta dal promissario ove si accerti la natura elusiva dell'operazione, attraverso l'interpretazione della comune volontà delle parti in ordine alla validità o meno del preliminare, sulla base di tutti gli elementi da cui possa desumersi l'intento fraudolento dalle stesse perseguito (cfr. sentenza n. 12192/2008).

 

La regola generale prevista dal D.Lgs. 504/1992, articolo 5, comma 2, in tema di ICI, secondo cui, ai fini della determinazione della base imponibile, le variazioni delle risultanze catastali hanno efficacia a decorrere dall'anno d'imposta successivo a quello nel corso del quale sono state annotate negli atti catastali, si applica anche quando il contribuente si avvalga della procedura DOCFA ai fini della determinazione della rendita catastale, ai sensi del D.M. 701/1994, non avendo tale procedura caratteristiche dissimili da qualsiasi altra istanza di attribuzione di rendita ed essendo il termine di efficacia, previsto dall'articolo 5, comma 2, D.Lgs. 504/1992, ispirato a ragioni di uniformità delle dichiarazioni e degli accertamenti. Tale interpretazione non solo non comporta alcuna violazione dell'articolo 53 Costituzione, in quanto l'esigenza di tener conto della capacità contributiva non esclude il potere discrezionale del legislatore di fissare un termine di efficacia uguale per tutti i contribuenti, ma è essa stessa espressione del principio di uguaglianza, in quanto l'applicazione di un termine differenziato nell'ipotesi di ricorso alla procedura DOCFA, comporterebbe una discriminazione fra contribuenti (cfr. sentenze n. 17824/2017, n. 11846/2017 e n. 3168/2015).

 

La tematica delle servitù di uso pubblico esula del tutto da quella dei rapporti interprivatistici. Dette servitù sono diritti reali sui generis e atipici appartenenti a una collettività, finalizzati a soddisfare un interesse pubblico di questa. Il diritto di uso, all'opposto, è un diritto reale limitato tipizzato dal Legislatore, che è strettamente legato al beneficiario e, quindi, è temporaneo e, comunque, tale da non eccedere la durata della vita del suo portatore, potendo avere a oggetto sia l'uti che il frui. Il suo contenuto, almeno con riguardo alla possibilità di raccogliere i frutti, è definito in relazione a ciò che occorre ai bisogni dell'usuario e della sua famiglia. Il diritto d'uso, regolato dal codice civile con delle disposizioni specifiche e, per quanto non previsto, dalle norme sull'usufrutto (articolo 1026, cod. civ.), quindi, non ha nulla a che vedere con la servitù di uso pubblico, la quale ha una disciplina non tipizzata, eventualmente desumibile da quella degli usi civici e, in minor misura, dei beni demaniali, spetta a una collettività, mira a soddisfare un interesse generale di questa, ha ad oggetto solo l'uti e non il frui ed è tendenzialmente imprescrittibile. Ne consegue che l'ICI è dovuta dal proprietario delle particelle, non potendo applicarsi il D.Lgs. 504/1992, articolo 4.

 

In tema di imposte sui redditi, la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari ex art. 32, comma 1, n. 2, D.P.R. n. 600 del 1973, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti, come si ricava dal successivo art. 38, riguardante l'accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche, che rinvia allo stesso art. 32, comma 1, n. 2. Tuttavia, all'esito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, le operazioni bancarie di prelevamento hanno valore presuntivo nei confronti dei soli titolari di reddito di impresa, mentre quelle di versamento nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l'efficacia dimostrando che le stesse sono già incluse nel reddito soggetto ad imposta o sono irrilevanti.

 

L'omessa notifica dell'attribuzione o rettifica della rendita catastale, adottata successivamente al 31/12/2009, ne preclude l'utilizzabilità ai fini della determinazione della base imponibile dell'ICI. Il contribuente ha "titolo" a impugnare, a seguito della notifica dell'avviso di accertamento ICI, anche l'atto presupposto dell'attribuzione della maggiore rendita catastale, essendo questa la corretta esegesi del D.Lgs. 546/1992, articolo 19, comma 3, portando a configurare in termini di facoltà e non di obbligo la relativa impugnazione dell'atto presupposto, autonomamente impugnabile secondo quanto previsto dallo stesso articolo 19, D.Lgs. 546/1992 (cfr. sentenza n. 11682/2017).


 

In tema di agevolazione ai fini ICI, la qualità agricola di un terreno pur potenzialmente edificabile, posseduto e condotto da uno dei comproprietari avente i requisiti soggettivi e oggettivi di cui al D.Lgs. 504/1992, articoli 2, comma 1 lettera b), e articolo 9, comma 1, trova applicazione anche in favore degli altri comproprietari che non esercitano l'attività agricola, in quanto la destinazione agricola di un'area è incompatibile con la possibilità dello sfruttamento edilizio della stessa. Tale conclusione si impone in forza di una interpretazione letterale e sistematica del D.Lgs. 504/1992, articolo 2, comma 1, lettera b). Ai sensi di questa disposizione, infatti un terreno, pur suscettibile di utilizzazione edificatoria, deve considerarsi agricolo, ai fini della applicazione dell'imposta, laddove ricorrano 3 condizioni: a) il possesso dello stesso da parte di coltivatori diretti o di imprenditori agricoli a titolo principale: b) la diretta conduzione del medesimo da parte dei predetti soggetti; c) la persistenza dell'utilizzazione agro-silvo-pastorale, mediante l'esercizio di attività dirette alla coltivazione. Ne deriva che ricorrendo tali presupposti, il terreno soggiace all'imposta in relazione al suo valore catastale, dovendosi prescindere dalla sua obiettiva potenzialità edilizia. La considerazione, in questi casi, dell'area come terreno agricolo ha quindi carattere oggettivo e, come tale, si estende a ciascuno dei contitolari dei diritti dominicali. Ciò in quanto la persistenza della destinazione del fondo a scopo agricolo integra una situazione incompatibile con la possibilità del suo sfruttamento edilizio e tale incompatibilità, avendo carattere oggettivo, vale sia per il comproprietario coltivatore diretto che per gli altri comunisti (cfr. sentenze n. 14696/2018, n. 25596/2017, n. 22486/2017, n. 13261/2017, n. 16636/2011, n. 25566/2011, n. 14824/2011 e n. 15566/2010).

 

Nella cessione a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria, fissata nel D.P.R. 917/1986, articolo 81, comma 1, lettera b), ratione temporis vigente, l'imponibilità della plusvalenza è regolata dal principio di cassa, dal successivo articolo 82, comma 1; tuttavia, il momento impositivo richiede anche l'effetto traslativo del negozio, al quale si ancora la definitività della operazione e della conseguente plusvalenza, sicché al principio di cassa è informata altresì l'ipotesi del pagamento dell'intero corrispettivo nella vigenza di un contratto preliminare, dovendosi ritenere, in tal caso, che la tassazione della plusvalenza coincida con il contratto definitivo non in ragione del diverso principio di competenza, ma perché il pagamento avvenuto in epoca anteriore al trasferimento del bene era ancora insufficiente nella vigenza dei soli effetti obbligatori del preliminare (cfr. sentenze n. 18389/2018 e n. 17960/2013).

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