tr?id=945082922274138&ev=PageView&noscript=1 Banca Dati - Sentenze fiscali

Sentenze

In tema di cumulabilità delle disposizioni agevolative di cui all’art. 6, comma 13, della Legge 388/2000 (Legge finanziaria 2001), secondo cui “la quota di reddito delle piccole e medie imprese destinata a investimenti ambientali, come definiti al comma 15, non concorre a formare il reddito imponibile ai fini delle imposte sul reddito”, la Commissione Tributaria Regionale del Lazio ha emesso la seguente ordinanza. 

 

In tema di accertamento rettificativo dei redditi, la disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dall’art. 37, comma 3, del D.P.R. n. 600 del 1973, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale; in tale valutazione occorre, tuttavia, tenere conto nei rapporti tra genitori e figli della libertà di pianificazione della successione.

La neutralità dell'imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale, l'eccedenza d'imposta - risultante da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto - sia riconosciuta dal giudice tributario se siano stati rispettati dal contribuente tutti i requisiti sostanziali per la detrazione; pertanto, in tal caso, il diritto di detrazione non può essere negato nel giudizio d'impugnazione della cartella emessa dal Fisco a seguito di controllo formale automatizzato, laddove, pur non avendo il contribuente presentato la dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, sia dimostrato in concreto - ovvero non controverso - che si tratti di acquisti fatti da un soggetto passivo d'imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili (cfr. Sentenze n. 15459/2018, n. 8131/2018 e SS.UU. n. 17757/2016).

Il rappresentante fiscale ai fini dell'IVA all'importazione, oltre ad essere coobbligato per gli obblighi derivanti dall'applicazione delle norme ex articolo 17, comma 2, D.P.R. 633/1972, può rispondere in solido con il rappresentato anche per il pagamento dell'imposta doganale, sempre che risulti essersi oggettivamente ingerito nel perfezionamento dell'operazione di importazione, atteso che, a norma dell'articolo 201, comma 3, Regolamento CEE 2193/92 del Consiglio del 12 ottobre 1992, quando una dichiarazione è resa in base a dati che determinano la mancata riscossione totale o parziale dei dazi dovuti per legge, le persone che hanno fornito i dati necessari alla stesura della dichiarazione e che erano o avrebbero dovuto essere a conoscenza della loro erroneità possono essere parimenti considerati debitori, conformemente alle vigenti disposizioni doganali, e che, in linea con la regolamentazione comunitaria, l'articolo 38, D.P.R. 43/1973 vincola all'obbligazione tributaria tutti coloro comunque ingeritisi nell'operazione. La responsabilità solidale del rappresentante fiscale (che non agisce in nome proprio, ma in nome e per conto del soggetto rappresentato) non deriva, pertanto, dal mero fatto che il suo nominativo figuri sulle bollette doganali, essendo invece necessaria la prova o che egli sia attivamente ingerito nell'operazione, fornendo i dati necessari alla stesura della dichiarazione, o che fosse (o dovesse essere, in base alla sua specifica diligenza professionale) a conoscenza dell'erroneità di quei dati (cfr. Sentenza n. 3285/2012).

In tema di TARSU, nella vigenza della L. 142/1990, articolo 32, comma 2, lettera g), la concreta determinazione delle aliquote delle tariffe per la fruizione di beni e servizi è di competenza della giunta e non del consiglio comunale, poiché il riferimento letterale alla "disciplina generale delle tariffe" contenuto nella disposizione, contrapposto alle parole "istituzione e ordinamento" adoperato per i tributi, rimanda alla mera individuazione dei criteri economici sulla base dei quali si dovrà procedere alla loro determinazione, e, inoltre, i provvedimenti in materia di tariffe non sono espressione della potestà impositiva dell'ente, ma sono funzionali all'individuazione del corrispettivo del servizio da erogare, muovendosi così in un'ottica di diretta correlazione economica tra soggetto erogante ed utenza, estranea alla materia tributaria (cfr. Sentenze n. 1977/2018, n. 8336/2015 e n. 360/2014).

Quindi l'atto attributivo della nuova rendita catastale (qual conseguente alla diversa classe identificativa del superiore «livello reddituale ordinario ritraibile dall'unità immobiliare»; D.P.R. 138/1998, articolo 8, comma 3) deve esso stesso indicare in quali termini il mutato assetto dei valori medi di mercato e catastale (recte del loro rapporto), nel contesto delle microzone comunali previamente individuate, abbia avuto una ricaduta sul singolo immobile (sulla sua classe e rendita catastale), «così incidendo sul diverso classamento della singola unità immobiliare» (Corte Costituzionale, n. 249/2017).

Alla fattura contenente la richiesta della TIA (tariffa di igiene ambientale), così come al relativo procedimento di quantificazione e riscossione del prelievo, si devono applicare i principi generali del procedimento tributario di accertamento e di riscossione. In particolare, gli atti con cui il gestore del servizio smaltimento rifiuti solidi urbani richiede al contribuente quanto da lui dovuto a titolo di tariffa di igiene ambientale, anche quando gli stessi dovessero avere la forma di fattura commerciale, non attengono al corrispettivo di una prestazione liberamente richiesta, ma a un'entrata pubblicistica. Ne consegue che, avendo natura di atti impositivi, anche le fatture TIA debbono rispondere ai requisiti sostanziali propri di questi provvedimenti e possono essere impugnate davanti alle Commissioni Tributarie, nonostante non siano espressamente ricomprese tra l'elenco degli atti opponibili (cfr. Sentenze n. 27805/2018, n. 14675/2016, n. 11157/2013 e n. 17526/2007).

È nullo l’avviso di accertamento relativo alla revisione del classamento di un immobile qualora non siano dettagliatamente indicati i criteri utilizzati. Va inoltre evidenziato che la data di rilevazione dei valori medi di mercato deve essere prossima a quella dell’atto. Inoltre l’atto non può contenere espressioni di stile del tutto avulse dalla situazione concreta.

In tema di TARSU, l'articolo 72, comma 1, D.Lgs. 507/1993 attribuisce ai Comuni la facoltà eccezionale, non suscettibile di applicazioni estensive, di procedere direttamente alla liquidazione della tassa e alla conseguente iscrizione a ruolo sulla base dei ruoli dell'anno precedente, purché sulla base di dati ed elementi già acquisiti e non soggetti ad alcuna modificazione o variazione, sicché, salvo il caso di omessa denuncia o incompleta dichiarazione da parte del contribuente, non occorre la preventiva notifica di un atto di accertamento (cfr. Sentenza n. 19120/2016).

In tema di classamento di immobili, qualora l'attribuzione della rendita catastale abbia luogo a seguito della procedura disciplinata dal D.L. 16/1993, articolo 2, convertito in L. 75/1993, e del D.M. 701/1994 (c.d. procedura DOCFA) e in base a una stima diretta eseguita dall'ufficio (come accade per gli immobili classificati nel gruppo catastale D), tale stima, che integra il presupposto e il fondamento motivazionale dell'avviso di classamento (esprimendo un giudizio sul valore economico dei beni classati di natura eminentemente tecnica, in relazione al quale la presenza e l'adeguatezza della motivazione rilevano ai fini non già della legittimità, ma dell'attendibilità concreta del cennato giudizio, e, in sede contenziosa, della verifica della bontà delle ragioni oggetto della pretesa), costituisce un atto conosciuto e comunque prontamente e facilmente conoscibile per il contribuente, in quanto posto in essere nell'ambito di un procedimento a struttura fortemente partecipativa, con la conseguenza che la sua mancata riproduzione o allegazione all'avviso di classamento non si traduce in un difetto di motivazione (cfr. Sentenza n. 32861/2019, n. 17971/2018 e n. 16824/2006).

L'atto di classamento conseguente a procedura c.d. DOCFA ex articolo 2, D.L. 16/1993, convertito con modifiche in L. 75/1994 e D.M. 701/1994, quando fondato sui medesimi fatti indicati dal contribuente nella proposta di attribuzione della rendita, deve ritenersi sufficientemente motivato con la sola precisazione di unità immobiliare, canone censuario, foglio, particella, subalterno, zona censuaria, categoria, classe, consistenza, rendita; questo perché i fatti su cui si fonda l'atto di classamento debbono ritenersi inter partes pacifici, essendo appunto quelli stessi indicati dal contribuente in procedura c.d. DOCFA, cosicché nemmeno è onere dell'ufficio la loro prova; trattandosi invece da parte dell'ufficio di rendere note al contribuente le ragioni della valutazione da cui ha fatto discendere il nuovo classamento, per esempio con riferimento ai prezzi medi; questione di fatto e giuridica, quest'ultima, che il contribuente ben può contrastare anche col deposito di perizie o relazioni tecniche etc., nel rispetto delle preclusioni processuali stabilite dalla legge.

È legittimo l’accertamento induttivo nei confronti di un’impresa di costruzioni che “gestisce cantieri e vendite degli immobili in modo antieconomico”, a prescindere dai valori OMI. A tal fine, sono rilevanti le oscillazioni dei prezzi al mq praticati con riferimento ad immobili “ceduti quasi contemporaneamente e siti nello stesso complesso edilizio”, l’assenza, nonostante l’incasso di acconti, di preliminari scritti nonché il rilevante scostamento tra i mutui stipulati dagli acquirenti e i corrispettivi dichiarati dal costruttore.

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