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C’è una dinamica silenziosa, ma sempre più frequente, che attraversa le campagne italiane, dal Trentino alla Sicilia.
Non si tratta di fitopatie, né di gelate tardive o rincari del gasolio agricolo. Parliamo di qualcosa che non si misura in ettari o quintali, ma che può compromettere il futuro stesso di un’azienda: i conflitti familiari all’interno delle imprese agricole.
In tutta Italia, l’impresa agricola familiare rappresenta ancora la forma dominante – e per molti versi la più resiliente. Secondo i dati ISTAT, oltre il 95% delle aziende agricole italiane è a conduzione familiare, e in gran parte dei casi sono coinvolti più membri della stessa famiglia. Questo modello, che ha garantito per decenni continuità, dedizione e trasmissione del sapere, oggi si trova sotto pressione. Non si tratta solo di fisiologiche divergenze d’opinione: oggi vediamo litigi che sfociano in rotture definitive, tensioni che paralizzano l’attività imprenditoriale, e persino cause legali che minano la sopravvivenza stessa dell’impresa.
L’azienda agricola familiare è stata per lungo tempo una garanzia: di radicamento territoriale, di trasmissione del sapere, di sacrificio e di continuità. Ma proprio questa natura “interna” oggi può diventare il punto debole, quando le dinamiche familiari entrano in cortocircuito con quelle aziendali.
Le problematiche che emergono in Romagna sono del tutto analoghe a quelle che ogni giorno osserviamo in Veneto, in Puglia, in Lombardia, in Sardegna. Cambiano i dialetti, ma le dinamiche si ripetono. Vediamone alcune fra le più comuni.
L’azienda agricola non è un’azienda qualunque: è anche casa, storia, identità. Per chi arriva “da fuori”, inserirsi in questo mondo può essere molto complicato. Nuore e generi – magari con esperienze o valori diversi – si trovano spesso coinvolti in un sistema che li mette ai margini, o li include solo formalmente, senza un reale spazio decisionale.
In tutta Italia, in particolare nel centro e nel sud, la famiglia contadina resta spesso chiusa attorno a un “nocciolo duro” difficile da scalfire. Ma pretendere che chi arriva si adatti in silenzio, senza poter discutere o proporre, è un errore che si paga caro: le frizioni diventano rotture, e la coesione familiare – su cui si regge l’azienda – si sgretola.
E poi c’è la questione del lavoro agricolo stesso: ritmi lunghi, sacrifici festivi, condizioni poco compatibili con lo stile di vita moderno. I giovani (e le giovani coppie) fanno fatica ad accettare un modello in cui “non si stacca mai”, neanche la domenica.
Negli ultimi anni, molte aziende agricole italiane hanno affrontato una fase di forte rinnovamento: nuovi impianti, agriturismi, trasformazioni, biologico, energie rinnovabili. Il tutto incentivato da fondi pubblici: PSR, PNRR, bandi regionali, insediamento dei giovani.
Ma spesso, gli investimenti sono stati realizzati senza una visione strategica né una pianificazione finanziaria strutturata. Secondo i dati di una nota organizzazione di categoria, oltre il 60% delle aziende familiari italiane non redige un business plan prima di effettuare degli investimenti.
Quando la liquidità comincia a mancare e i debiti si accumulano, il problema economico diventa personale. Le decisioni – magari prese in modo verticistico – generano rancori: fratelli, cognati, generi che iniziano ad accusarsi. Il capitale finanziario è in crisi, ma anche quello umano.
Il modello patriarcale è ancora molto diffuso nel tessuto agricolo italiano. In moltissime aziende il fondatore – quasi sempre il padre – mantiene un controllo assoluto anche in età avanzata. I figli lavorano, ma non decidono. Non esiste un processo chiaro di ricambio.
Secondo l’ISTAT, il 43% delle aziende agricole italiane è guidato da un titolare over 65, e in oltre la metà dei casi non è stato avviato alcun passaggio generazionale. Questo genera frustrazione, disillusione, perdita di motivazione. Alcuni figli se ne vanno, altri restano in posizione passiva, altri ancora entrano in conflitto aperto con il genitore o tra fratelli.
Questi conflitti non sono faccende private: hanno effetti reali sulla produttività, sulla gestione aziendale, sull’accesso ai fondi, sulla reputazione. I consulenti vengono chiamati non più solo per un problema fiscale o catastale, ma per gestire veri e propri conflitti familiari interni.
Le cause non vanno ricercate solo nei rapporti personali, ma in una cultura d’impresa ancora immatura, dove affetto e storia condivisa sono dati per scontati, ma non bastano più. Serve una nuova mentalità, un approccio più moderno e consapevole.
Se vogliamo evitare che le nostre campagne si svuotino non per colpa del mercato, ma per incomprensioni familiari, dobbiamo fare uno scatto in avanti. Alcune strade possibili:
In questo dicembre, mentre i campi riposano, le case e le stalle si riempiono di luci natalizie, è forse il momento giusto per fermarsi e riflettere: la solidità di un’azienda agricola non si misura solo con il bilancio, ma anche nella qualità dei rapporti tra chi la vive ogni giorno.
La comunità delle imprese agricole italiane ha tutte le carte in regola per affrontare questa sfida: radici forti, senso di comunità e un patrimonio agricolo d’eccellenza. Ma serve il coraggio di cambiare. Anche dentro casa.
Da parte mia, e di tutti i collaboratori della rivista, un augurio sincero a tutte le famiglie agricole Italiane: che questo Natale sia occasione per ritrovarsi, ascoltarsi e riscoprirsi uniti, nonostante le fatiche. E che il nuovo anno porti non solo buoni raccolti, ma anche relazioni più forti, più consapevoli e più giuste all’interno delle nostre aziende e delle nostre case.
Buone feste a tutti.