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Il vero problema dell’agricoltura non è il prezzo, è il valore

Luciano Mattarelli
di Luciano Mattarelli, direttore responsabile

Negli ultimi anni l’agricoltura si è trovata a vivere dentro una situazione che potremmo definire, senza esagerazioni, una tempesta perfetta. Guerre, tensioni geopolitiche, crisi energetiche, instabilità dei mercati, difficoltà nei trasporti internazionali. Tutto questo accade spesso lontano dalle campagne, nei luoghi dove si prendono decisioni politiche o finanziarie che nulla hanno a che vedere con il lavoro nei campi. Eppure, prima o poi, queste decisioni arrivano sempre lì, nelle aziende agricole.


L’agricoltura è uno dei settori economici più esposti agli equilibri globali e, nello stesso tempo, uno di quelli che hanno meno possibilità di influenzarli.

Gli agricoltori non siedono ai tavoli dove si decidono le strategie geopolitiche, non controllano le rotte commerciali internazionali e non determinano i movimenti finanziari che ogni giorno attraversano i mercati delle materie prime. Tuttavia sono tra i primi a subirne gli effetti.

La guerra tra Russia e Ucraina ne è stata un esempio evidente. Quando due tra i principali esportatori mondiali di cereali vedono ridotta o compromessa la propria capacità di esportazione, l’intero equilibrio dei mercati agricoli cambia nel giro di poche settimane. I prezzi reagiscono immediatamente e gli effetti si propagano lungo tutta la filiera agroalimentare.

Allo stesso modo, le tensioni che stanno interessando alcune rotte commerciali strategiche stanno dimostrando quanto il sistema alimentare mondiale sia diventato dipendente dalla stabilità dei traffici marittimi. Quando le navi devono cambiare rotta o allungare i percorsi per ragioni di sicurezza, aumentano i costi di trasporto, si allungano i tempi di consegna e cresce l’incertezza. Anche questi fattori finiscono inevitabilmente per riflettersi sull’economia agricola.

A tutto questo si aggiunge un elemento che negli ultimi anni ha assunto un peso sempre più rilevante: l’energia. L’agricoltura moderna dipende molto più di quanto si pensi dal costo dell’energia. Il gasolio alimenta trattori e macchine agricole, l’energia elettrica serve per irrigare i campi, conservare i prodotti, alimentare gli impianti di trasformazione e gestire le serre. Persino i fertilizzanti, che rappresentano uno degli input fondamentali della produzione agricola, dipendono direttamente dal prezzo del gas naturale.

Quando il costo dell’energia aumenta, l’agricoltura vede crescere immediatamente i propri costi di produzione. Ma il problema non è soltanto l’aumento dei costi. Il problema è soprattutto la loro instabilità. L’attività agricola richiede programmazione. Le decisioni produttive vengono prese con mesi o addirittura anni di anticipo. Quando i costi cambiano continuamente diventa difficile pianificare gli investimenti e mantenere l’equilibrio economico delle aziende.

Tuttavia fermarsi a questa analisi sarebbe riduttivo. Il vero nodo dell’agricoltura non riguarda soltanto le crisi internazionali o l’aumento dei costi di produzione. Riguarda soprattutto il modo in cui funzionano i mercati agricoli.

Una grande parte dei prodotti agricoli appartiene infatti alla categoria delle cosiddette commodities, cioè materie prime indistinte, facilmente sostituibili e scambiate su mercati globali. In questi mercati il prezzo non viene stabilito dal singolo produttore, ma è determinato dall’incontro tra domanda e offerta a livello mondiale.

Questo vale per il grano, per il mais, per la soia e per molte altre produzioni agricole. Vale per l’Italia, ma vale allo stesso modo per la Francia, per gli Stati Uniti o per il Brasile. I mercati delle commodities funzionano così per tutti.

Non si tratta quindi di una debolezza specifica dell’agricoltura italiana. È una caratteristica strutturale dei mercati delle materie prime.

Quando un prodotto è indistinto e facilmente sostituibile, il produttore non ha la possibilità di stabilire il prezzo. Può soltanto accettare quello che il mercato esprime in quel momento.

Questo principio non riguarda soltanto l’agricoltura. Vale per qualsiasi settore economico. Un’impresa che produce beni indistinguibili da quelli di mille altri concorrenti subirà inevitabilmente il prezzo del mercato. Al contrario, un’impresa che riesce a costruire valore attorno ai propri prodotti acquisisce una maggiore capacità di determinare il prezzo.

Ed è proprio su questo punto che si gioca la vera partita dell’agricoltura italiana.

Il nostro Paese non possiede le condizioni strutturali per competere nel mercato delle commodities su larga scala. Le aziende agricole italiane sono mediamente più piccole rispetto a quelle di molti altri Paesi, i costi di produzione sono più elevati e la disponibilità di terra non consente di realizzare economie di scala comparabili con quelle di altre aree del mondo.

La forza dell’agricoltura italiana è sempre stata un’altra. La capacità di trasformare i prodotti, di legarli al territorio, di costruire qualità riconoscibile e di organizzare filiere capaci di stare sul mercato.

Quando questo avviene, le regole cambiano completamente.

Un litro di latte è una commodity. Ma quando quel latte entra nella filiera del Parmigiano Reggiano o del Grana Padano diventa parte di un sistema organizzato che genera valore. Non si vende più semplicemente una materia prima, ma un prodotto riconoscibile, regolato da disciplinari rigorosi, controllato, tutelato e sostenuto da un’organizzazione produttiva capace di stare sul mercato.

Lo stesso vale per molti altri prodotti dell’agricoltura italiana. Pensiamo all’olio extravergine di oliva di qualità, ai vini a denominazione di origine, ai prodotti ortofrutticoli inseriti in filiere organizzate. In tutti questi casi il valore non deriva soltanto dal prodotto in sé, ma dal sistema che lo sostiene.

Dietro quel valore ci sono regole produttive, controlli di qualità, strategie commerciali, organizzazione dei produttori e una forte identità territoriale.

Questo dimostra che il vero tema non è semplicemente difendere i prezzi agricoli. Il vero tema è costruire valore attorno ai prodotti agricoli.

Per troppo tempo il dibattito pubblico sull’agricoltura si è concentrato quasi esclusivamente sulla questione dei prezzi. Ma il prezzo è una conseguenza, non la causa. Il prezzo è il risultato del valore che il mercato riconosce a un prodotto.

Quando un prodotto è indistinto, il prezzo lo stabilisce il mercato mondiale. Quando invece esiste un sistema capace di generare valore, cambiano anche le regole del gioco.

L’agricoltura italiana ha già dimostrato, in molti casi, di saper percorrere questa strada. Le produzioni di qualità, le denominazioni di origine, le filiere organizzate e l’integrazione tra agricoltura, trasformazione e territorio sono esempi concreti di come sia possibile uscire dalla logica delle commodities.

Naturalmente questo percorso richiede organizzazione, visione imprenditoriale e capacità di innovare. Non si tratta soltanto di produrre bene, ma di saper collocare i prodotti sul mercato in modo efficace, valorizzando ciò che rende unica l’agricoltura italiana.

Le crisi internazionali continueranno ad accompagnare l’economia mondiale anche nei prossimi anni. Le tensioni geopolitiche, le oscillazioni dei mercati energetici e l’instabilità dei commerci non sono fenomeni destinati a scomparire.

L’agricoltura dovrà continuare a convivere con queste variabili.

Ma il futuro del settore non dipenderà soltanto da ciò che accade nei mercati globali.

Dipenderà soprattutto dalla capacità del sistema agricolo di organizzarsi, di innovare e di costruire valore attorno ai propri prodotti.

Perché nel mercato globale chi vende una commodity subisce il prezzo.

Chi riesce a produrre valore, invece, comincia finalmente a determinarlo.

Ed è proprio qui che si gioca il futuro dell’agricoltura italiana.

Non nella rincorsa infinita al prezzo più basso, ma nella capacità di trasformare il prodotto agricolo in qualcosa che il mercato riconosce, apprezza e remunera.

In altre parole, non nella vendita di materia prima, ma nella costruzione di valore.






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