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Il dazio Usa del 10%: una lettura doganale per l’agroalimentare italiano

Mattia Carbognani
di Mattia Carbognani, Doganalista e consulente in materia fiscale internazionale (*)

Più che come una notizia politica, il nuovo dazio del 10% voluto dall’amministrazione Trump va letto come una misura di immediata rilevanza doganale. Il proclama firmato dalla Casa Bianca introduce infatti una temporary import surcharge” del 10% ad valorem. La misura è stata adottata facendo leva sulla section 122 del Trade Act del 1974, che consente al Presidente di imporre, per un periodo limitato, sovrattasse all’importazione fino al 15%. L’efficacia decorre dal 24 febbraio 2026 e, salvo sospensione, modifica o cessazione anticipata, arriva fino al 24 luglio 2026, quindi per il massimo ordinariamente previsto di 150 giorni.


Dal punto di vista tecnico, il primo elemento da chiarire è che non si tratta di un dazio selettivo su pochi comparti, ma di una misura a carattere generale: salvo le eccezioni previste negli allegati alla proclamazione, tutti gli articoli importati in territorio statunitense saranno soggetti all’ulteriore aliquota del 10%.

Quest’ultima, inoltre, opera in aggiunta agli altri dazi, imposte, tasse e oneri applicabili al prodotto, con una sola precisazione importante: non si cumula con i dazi già imposti ai sensi della section 232 sulla medesima porzione di merce.

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