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L’Italia cresce meno dell’Europa perché non fa sistema e l’agricoltura ne paga il prezzo più alto

Luciano Mattarelli
di Luciano Mattarelli, direttore responsabile

Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione semplice ma fuorviante: Francia e Germania crescono, la Spagna corre, mentre l’Italia resta ferma. La realtà è più articolata. Germania e Francia non stanno vivendo una stagione economica brillante. È invece la Spagna ad aver registrato negli ultimi anni tassi di crescita superiori alla media europea. Il vero problema italiano non è che gli altri Paesi corrano troppo. È che l’Italia continua a crescere troppo poco e da troppo tempo


Questo rallentamento non nasce da una crisi recente. È il risultato di una tendenza strutturale che dura da oltre vent’anni. Commissione europea, Fondo Monetario Internazionale e OCSE concordano su un punto: la produttività italiana cresce meno rispetto ai principali partner europei. Significa che a parità di lavoro si produce meno valore. Ed è qui che si gioca la partita della competitività.

Mario Draghi lo ha spiegato con chiarezza nel suo recente rapporto sulla competitività europea. Senza un aumento significativo della produttività, l’Europa non potrà sostenere nel lungo periodo né la crescita economica né il sistema sociale costruito nel dopoguerra. Questo vale per tutti i Paesi europei, ma vale ancora di più per l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione riduce la disponibilità di forza lavoro e aumenta la pressione sulla spesa pubblica.

La Spagna ha saputo reagire meglio negli ultimi anni grazie a due fattori concreti: una maggiore crescita dell’occupazione, sostenuta anche dall’immigrazione, e una forte espansione dei servizi esportati, soprattutto nel turismo. Non è un miracolo economico. Si tratta di un uso più efficace di alcune leve disponibili. Francia e Germania, invece, continuano a beneficiare di sistemi industriali più concentrati, imprese mediamente più grandi e un rapporto più equilibrato tra amministrazione pubblica e sistema produttivo.

L’Italia resta invece prigioniera di una struttura economica frammentata. Le imprese sono spesso troppo piccole per sostenere investimenti importanti in innovazione tecnologica, digitalizzazione e internazionalizzazione. Il debito pubblico limita la capacità dello Stato di accompagnare lo sviluppo con politiche espansive. La lentezza amministrativa rallenta investimenti che altrove si realizzano in tempi molto più rapidi.

Dentro questo quadro generale l’agricoltura rappresenta uno specchio fedele delle difficoltà del sistema Paese.

L’agricoltura italiana è una delle più qualificate al mondo per qualità delle produzioni, valore delle trasformazioni e capacità di presidio del territorio. È un settore che ha costruito nel tempo un patrimonio straordinario di competenze, tradizioni e riconoscibilità internazionale. Eppure non riesce a esprimere tutto il proprio potenziale economico.

Il primo limite è rappresentato dalla burocrazia. Gli imprenditori agricoli operano dentro un sistema autorizzativo complesso, spesso incoerente tra normative nazionali, regionali e locali. Ogni investimento richiede tempi lunghi, verifiche ripetute e procedure che scoraggiano l’innovazione. Questo non significa ridurre le garanzie ambientali o sanitarie. Significa rendere le regole più chiare e applicabili.

Il secondo limite riguarda il passaggio generazionale. In Italia l’età media degli imprenditori agricoli è tra le più alte d’Europa. I giovani entrano con difficoltà perché l’accesso alla terra è costoso, il credito è difficile e il sistema normativo non favorisce il trasferimento delle aziende. Senza ricambio generazionale non si diffonde innovazione. Senza innovazione non cresce la produttività. È una catena semplice ma decisiva.

C’è poi un terzo elemento che incide profondamente sulla competitività delle imprese agricole italiane e che raramente entra nel dibattito pubblico: i vincoli sanitari.

L’Italia applica standard sanitari molto elevati, in particolare nel settore zootecnico. È una scelta giusta dal punto di vista della sicurezza alimentare e della tutela del consumatore. Tuttavia questi standard, quando risultano più stringenti rispetto a quelli applicati in altri Paesi europei concorrenti, determinano un aumento dei costi di produzione che non sempre viene compensato dal mercato. In pratica gli agricoltori italiani producono con regole più severe ma vendono negli stessi mercati degli altri produttori europei. Questo crea uno squilibrio competitivo evidente.

Non si tratta di abbassare le tutele. Si tratta di garantire condizioni omogenee tra Paesi che operano nello stesso mercato unico.

A questi elementi si aggiunge la frammentazione strutturale delle aziende agricole italiane. Francia e Spagna dispongono di superfici agricole più ampie e di aziende mediamente più grandi. Questo consente economie di scala, maggiore capacità contrattuale e accesso più semplice agli investimenti tecnologici. L’Italia invece resta legata a una struttura produttiva diffusa, spesso familiare, che rappresenta una ricchezza sociale ma anche un limite economico.

Il risultato è che il valore generato lungo la filiera agroalimentare non resta sempre nelle mani degli agricoltori. Troppo spesso il prezzo viene determinato da soggetti esterni alla produzione primaria. Chi produce non controlla la formazione del prezzo e quindi controlla solo in parte il proprio reddito.

Inoltre quello che oggi conta non è il prezzo ma è il valore.

Eppure proprio l’agricoltura potrebbe diventare uno dei motori più importanti della crescita italiana. Non per nostalgia del passato, ma per prospettiva economica. L’aggregazione tra imprese, la trasformazione dei prodotti, la digitalizzazione delle aziende, la gestione efficiente delle risorse idriche e l’accesso ai mercati internazionali rappresentano leve decisive per aumentare il valore aggiunto del settore.

Ridurre la burocrazia, favorire il ricambio generazionale e armonizzare i vincoli sanitari a livello europeo non significa fare concessioni. Significa creare condizioni competitive equilibrate per chi produce qualità.

L’Italia non è un Paese privo di risorse. È un Paese che spesso non riesce a trasformare le proprie eccellenze in crescita stabile. L’agricoltura dimostra ogni giorno di avere competenze, reputazione internazionale e capacità imprenditoriale. Ma senza un sistema che accompagni questo patrimonio verso dimensione, innovazione e semplificazione normativa, continuerà a restare una grande eccellenza culturale più che una leva economica strategica.

Ed è proprio da qui che può partire una inversione di rotta concreta. Perché rafforzare il reddito di chi produce significa rafforzare la struttura economica del Paese nel suo insieme. Dove cresce l’impresa agricola cresce anche il territorio, dove cresce il territorio cresce l’Italia.






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