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Il contributo analizza il mercato volontario dei crediti di carbonio nel settore agroforestale alla luce del D.M. MASAF 15 ottobre 2025, evidenziando un quadro tecnico e operativo particolarmente complesso: baseline, addizionalità, monitoraggio, audit, buffer, registrazione e verifiche periodiche richiedono competenze specialistiche e costi di certificazione elevati. In tale contesto, i prezzi oggi espressi dai mercati volontari restano generalmente modesti: nel 2025 il prezzo medio si è attestato in media tra 3,5 dollari/tCO2 e 7 dollari/tCO2. Ne deriva che, salvo progetti di ampia scala o aggregati, la redditività appare difficilmente raggiungibile.
Il sistema può avere utilità ambientale e ordinatoria, ma per molte imprese agricole italiane, se considerato come fonte autonoma di margine, oggi rischia di non essere economicamente sostenibile.
Il mercato volontario dei crediti di carbonio in ambito forestale è attivo da diversi anni, ma in Italia non ha mai conosciuto un reale sviluppo.
Nonostante le politiche europee orientate alla sostenibilità climatica e ambientale, le attività agricole finalizzate alla tutela della biodiversità, alla conservazione della fertilità dei suoli e al mantenimento dell’equilibrio idrogeologico non risultano, allo stato attuale, adeguatamente remunerate. Ne consegue che tali interventi difficilmente possono essere intrapresi come attività economicamente autonome, se non inseriti in una logica produttiva più ampia.
Tuttavia, molte imprese agricole si stanno interrogando su come gestire in modo efficace le sfide legate ai cambiamenti climatici e al progressivo impoverimento dei suoli, garantendo al contempo livelli produttivi adeguati ai fabbisogni alimentari e zootecnici, e contribuendo alla riduzione delle emissioni climalteranti attraverso l’incremento dello stoccaggio di CO₂. In tale contesto, la generazione di crediti di carbonio, in un sistema agricolo italiano caratterizzato prevalentemente da aziende di piccola e media dimensione, appare sostenibile sotto il profilo economico solo quando le pratiche adottate sono funzionali all’attività produttiva e consentono, in via accessoria, di ottenere un’integrazione reddituale legata ai benefici ambientali generati.