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La produzione di biometano, in particolare quella in ambito agricolo, è una delle sfide della transizione energetica più interessanti e positive per una serie di fattori: dalla presenza di una filiera industriale prevalentemente italiana coinvolta nella realizzazione e gestione degli impegni, ai benefici derivanti dalla sua integrazione con il settore agricolo che, grazie alla valorizzazione di reflui, residui e colture di secondo raccolto, diventa più resiliente e competitivo non contrastando ma anzi rafforzando la produzione di beni alimentari.
Senza dubbio le due frecce più convincenti all’arco del biometano sono la sua natura di vettore energetico flessibile e utilizzabile tanto nel settore dei trasporti quanto negli usi civili e industriali.
In particolare in quei settori cosiddetti hard to abate quali la produzione di acciaio, carta, ceramica, ecc., e la possibilità di contribuire a contrastare l’impoverimento dei terreni agricoli, restituendo nutrienti e sostanza organica al suolo, grazie all’utilizzo agronomico del digestato. Il digestato, infatti, rappresenta il residuo del processo produttivo, la digestione anaerobica, del biogas e del biometano e costituisce un ottimo fertilizzante organico e biologico che può sostituire una parte dei fertilizzanti chimici che in buona misura importiamo, spesso da Paesi recentemente coinvolti nelle note crisi internazionali.