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La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo Testo unico delle imposte sui redditi (D.Lgs 117/2026) è un passaggio che non riguarda soltanto fiscalisti e tecnici del settore: riguarda la visione che il Paese ha del proprio futuro produttivo.
È un atto politico, prima ancora che normativo, che ridefinisce il rapporto tra Stato, imprese e contribuenti. E, dentro questo quadro, il settore agricolo merita una riflessione dedicata, perché rappresenta una delle poche attività economiche che ancora oggi vive “sotto il tetto del cielo”, esposta ai rischi climatici, alle oscillazioni dei mercati e alla fragilità dei territori.
Il nuovo Testo unico, che entrerà in vigore l’1 gennaio 2027, introduce una riorganizzazione profonda del sistema tributario italiano. Razionalizza 377 articoli e nove allegati, recepisce le direttive internazionali sulla Global Minimum Tax, modernizza il quadro fiscale con l’inclusione dell’intelligenza artificiale tra i beni agevolabili e rafforza il principio di derivazione del reddito dal bilancio. Ma, al di là della complessità tecnica, la domanda che gli agricoltori si pongono è semplice: cosa cambia per noi?
La risposta, oggi, è chiara: la fiscalità agricola rimane sostanzialmente invariata. Il Testo unico non interviene sulla struttura portante del reddito agrario e dominicale, né modifica il principio della tassazione catastale. Questo è un punto politico rilevante, perché conferma una scelta che l’Italia porta avanti da decenni: riconoscere che l’attività agricola non può essere trattata come una normale attività d’impresa, non per privilegio, ma per natura.
La tassazione catastale non è un “regalo” agli agricoltori, come talvolta si sente dire in modo superficiale. È il riconoscimento di una realtà: l’agricoltore non produce reddito in modo lineare, non ha un ciclo industriale controllabile, non può programmare con certezza la resa, non può difendersi da eventi atmosferici, fitopatie, siccità, alluvioni, gelate.
Il suo lavoro è esposto a variabili che nessun altro settore sopporta. E questo non è un dettaglio: è la ragione per cui il legislatore, anche nel nuovo Testo Unico, ha scelto di non toccare l’impianto fiscale agricolo.
Nel nuovo Testo Unico viene inclusa la disciplina della “Maggiorazione dell’ammortamento per gli investimenti in beni strumentali”, facendo intuire che tale misura potrebbe divenire strutturale. Si tratta tuttavia di una forma di incentivazione preclusa a gran parte delle imprese del settore agricolo per il quale, invece, era possibile accedere la disciplina del credito d’imposta sui nuovi investimenti in beni strumentali. Nel corso degli ultimi anni, a partire dal credito d’imposta “Superbonus 110 per cento” ed il c.d. “Bonus Facciate” è emerso come lo strumento del credito d’imposta, se non chiaramente definito e monitorato, si presta ad abusi ed illeciti. Pertanto, la concessione di nuovi incentivi mediante crediti d’imposta dovrà essere attentamente valutata.
Il mondo agricolo non è un mondo di evasori. È un mondo di contribuenti che operano in un regime particolare perché particolare è il loro lavoro. La narrazione che dipinge gli agricoltori come beneficiari di privilegi è ingiusta e, spesso, frutto di ignoranza. La verità è che la tassazione catastale non fotografa un reddito reale, ma un reddito potenziale, proprio perché il reddito reale è troppo instabile per essere tassato con criteri ordinari. È una forma di tutela, non di vantaggio.
Il nuovo Testo unico, pur non modificando la fiscalità agricola, introduce elementi che indirettamente possono favorire il settore. La razionalizzazione normativa, la semplificazione degli allegati, la catalogazione delle tipologie societarie e dei regimi fiscali europei, la revisione dei coefficienti di redditività per il regime forfettario, sono tutti interventi che contribuiscono a rendere il sistema più leggibile. E la leggibilità, per chi lavora la terra, è già un vantaggio: meno burocrazia significa più tempo per l’azienda, più serenità nella gestione, meno costi amministrativi.
C’è poi un altro elemento politico da sottolineare: il nuovo Testo unico rafforza la distinzione tra chi produce valore reale e chi sposta profitti. L’introduzione della Global Minimum Tax al 15% per i grandi gruppi multinazionali, con riduzioni progressive basate sull’attività economica sostanziale, è un segnale di equità. L’agricoltore, che il valore lo produce davvero, non deve temere questo nuovo impianto: deve semmai sentirsi riconosciuto.
Naturalmente, non mancano le criticità. La modernizzazione del sistema fiscale rischia di accentuare il divario tra imprese strutturate e piccole aziende agricole. Le agevolazioni per l’intelligenza artificiale sono importanti, ma richiedono investimenti, competenze, infrastrutture che non tutti possono permettersi. Senza un piano parallelo di accompagnamento, il rischio è che l’innovazione resti concentrata nelle realtà più grandi, lasciando indietro le aziende familiari che costituiscono l’ossatura del settore.
Un’altra criticità riguarda la complessità dei decreti attuativi. Il coordinamento tra principi contabili internazionali e nazionali, la disciplina del riallineamento dei valori contabili e fiscali, la regolamentazione dei rapporti transfrontalieri: tutto questo richiederà tempo, interpretazioni, circolari. E ogni volta che la norma diventa complessa, l’agricoltore ne paga il prezzo in termini di consulenze, adempimenti, incertezza.
Ma, nonostante queste ombre, il quadro generale è positivo: la fiscalità agricola è confermata, la tassazione catastale è preservata, la specificità del settore è riconosciuta. E questo, in un momento storico in cui l’agricoltura è chiamata a fronteggiare sfide climatiche, energetiche e di mercato senza precedenti, è un segnale di stabilità che va valorizzato.
Il nuovo Testo unico non rivoluziona l’agricoltura, ma la rispetta. Non la trasforma, ma la protegge. E, soprattutto, la inserisce dentro una visione più ampia: quella di un Paese che vuole modernizzarsi senza dimenticare chi produce cibo, paesaggio, biodiversità, presidio territoriale.