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La Rivista | nº 11 Novembre 2019

Che fine faranno le nostre imprese agricole?

di Luciano Mattarelli, direttore responsabile

Più volte, in queste pagine, ho evidenziato come la mancata conoscenza dei nuovi strumenti di lavoro legati alla digitalizzazione, alla tecnologia e all’innovazione potrebbe essere causa di gravi problemi per le imprese italiane e, in modo particolare, a quelle del comparto agricolo.

In un mondo sempre in movimento, dove i cambiamenti sono figli del costante e inesorabile scorrere del tempo, c’è un’altra tematica, spesso sottovalutata, di cui gli imprenditori devono tenere conto: il passaggio generazionale.

Il passaggio generazionale, infatti, rappresenta uno dei momenti più delicati e critici nella vita di un’impresa agricola.

L’agricoltura italiana è basata principalmente su aziende di piccole e medie dimensioni, molto spesso a conduzione familiare, dove il passaggio del testimone dai fondatori alle generazioni emergenti è vissuto con grande tensione.

Questo perché si tratta di un passo importante, sia dal punto di vista psicologico, in quanto è difficile accettare di non essere eterni, ma anche dal punto di vista materiale, in quanto è tutt’altro che semplice cedere il timone per chi, per lunghi anni, ha guidato la nave verso traguardi e obiettivi più o meno importanti.

I dati nazionali dicono che solo il 30% delle imprese supera il primo passaggio generazionale, il 15% il secondo passaggio e addirittura il 5% il terzo.

Con il passaggio generazionale, l’imprenditore agricolo non deve trasferire solo il know-how necessario per la gestione dell’attività, ma anche e soprattutto i valori fondanti dell’azienda che spesso sono la vera chiave di volta che mantiene intatto lo spirito non replicabile dell’azienda stessa.

Quando l’impresa di famiglia per anni è stata rappresentata da una sola persona, poi, è fondamentale fare attenzione anche alle possibili ripercussioni della successione: banche, clienti, fornitori e dipendenti non sanno cosa potrà succedere e tutti vogliono certezze per il futuro e garanzie che l’azienda sarà condotta in maniera solida e competente.

Oggi, in Italia, circa il 25% delle società agricole è guidato da un leader di età superiore ai 70 anni: questi imprenditori anziani difficilmente organizzano per tempo il ricambio generazionale e, quando lo fanno, faticano ad abbandonare il comando, scegliendo il più delle volte una convivenza sterile che inibisce le iniziative delle nuove generazioni.

Consapevole di tali problematiche, nell’anno 2017, il legislatore ha introdotto nell’ordinamento il contratto di affiancamento, uno strumento che mira a favorire lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile in agricoltura e agevolare il passaggio generazionale nella gestione delle attività d’impresa nel triennio 2018-2020.

Questo contratto può essere stipulato da parte di giovani che hanno tra i 18 e i 40 anni, anche organizzati in forma associata, che non siano titolari del diritto di proprietà o di diritti reali di godimento su terreni agricoli, con imprenditori agricoli di età superiore ai 65 anni oppure pensionati.

Questo contratto non può avere durata superiore a tre anni ed è da allegare al piano aziendale presentato all’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA). In questo lasso di tempo, l’imprenditore si impegna a trasferire al giovane le proprie competenze nell’ambito dell’attività e, a sua volta, il giovane si impegna a contribuire direttamente alla gestione, anche manuale, dell’impresa, apportando anche innovazioni tecniche e gestionali necessarie alla crescita della stessa.

Il contratto prevede anche la ripartizione degli utili: al giovane, infatti, spetta una percentuale degli stessi compresa tra il 30% e il 50%. Il contratto di affiancamento include, inoltre, anche la possibilità di accedere a mutui a tasso zero per gli investimenti della durata massima di 10 anni (comprensiva del periodo di preammortamento) e di importo non superiore al 75% della spesa ammissibile, secondo quanto previsto dal Decreto Legislativo 21 aprile 2000, n. 185.

Sono inoltre previste forme di compensazione al giovane in caso di conclusione anticipata del contratto e, in caso di vendita dell’azienda, un diritto di prelazione per i sei mesi successivi alla conclusione del contratto. Durante il periodo di affiancamento, poi, il giovane imprenditore è equiparato all’imprenditore agricolo professionale, in base a quanto previsto dall’articolo 1 del Decreto Legislativo 29 marzo 2004, n. 99.

Oltre al contratto di affiancamento, per il passaggio generazionale dell’impresa è previsto anche il cosiddetto patto di famiglia, un atto che permette di superare alcune problematiche successorie con costi fiscali assai limitati.

Concludendo, è necessario che gli imprenditori anziani, i quali devono essere sempre considerati come una preziosa risorsa sociale e culturale, siano messi nelle condizioni di portare avanti il buon nome della loro azienda con l’aiuto dei figli, dei familiari o degli eredi. D’altra parte, però, è altrettanto giusto che i giovani possano apprendere da loro l’arte di un mestiere nobile, valorizzando la memoria e i valori della cultura dei loro padri o di chi sta lasciando nelle loro mani la propria azienda o società agricola.

L’importanza delle tradizioni, infatti, non deve essere un freno alla naturale evoluzione, ma costituire al contrario un incentivo e una sfida a migliorarsi partendo dalle fondamenta della storia e facendo tesoro dei successi del passato.

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