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La Rivista | nº 06 Giugno 2019


Organizzazioni di produttori ortofrutticoli: in Italia è ancora come venti anni fa

di Matteo Selleri, giornalista

L’organizzazione del settore della produzione ortofrutticola e la relativa disciplina normativa, in Italia, sono rimaste ormai fuori dai tempi e, chi la paga, siamo proprio noi italiani.

Noi che, come diceva qualcuno, vogliamo fare le barricate, ma con i mobili degli altri. Noi che per liberarci dalla dominazione spagnola chiamammo gli austriaci; poi per liberarci dagli austriaci chiamammo i francesi da cui fummo liberati da parte di qualcun altro ancora.

Noi che vogliamo ci sia sempre qualcun altro che ci tolga le “castagne dal fuoco” e che risolva per noi tutti i problemi.

Noi che abbiamo uno Stato che spreme ed annulla il piccolo e medio contribuente. Noi che viviamo in un sistema fatto di burocrazia, leggi controverse e proclami, che rendono la vita impossibile a cittadini e contribuenti.

Siamo fatti così: ci piace cambiare per non cambiare, ci piace evitare la responsabilità delle nostre scelte.

A queste regole, anche l’organizzazione della produzione ortofrutticola non sfugge: se si vanno a vedere i testi delle ultime normative italiane sul tema queste sono spinte su alcuni falsi problemi e sono cambiate per lasciar le cose come, invece, stanno da decenni. Con la soddisfazione dei grandi gruppi, economici o centrali che siano. Si veda l’esempio della riproposizione della delega alla fatturazione ai soci persone giuridiche delle OP. Una proposta che lascia inalterate le regole del gioco, che rimangono ferme al 1996.

Noi che, anche così, non saremo maggiormente competitivi e non cresceremo granché in termini di aggregazione e capacità commerciale,

Noi che abbiamo normative che tendono a costringere i produttori fuori dal sistema OP o a rimanerci per combattere ad armi impari. Le alternative a tali scenari sono chiudere o associarsi a gruppi dai quali oltre il 50% della produzione - da oltre 20 anni - vuol starne alla larga.

Noi che ci inchiniamo alla Grande Distribuzione e alla Grande Distribuzione Organizzata, che in verità hanno cantato il de profundis del mercato e ridotto la qualità della produzione. E, se il trend non cambierà, quella straniera acquisterà anche terreni in casa nostra dove produrre l’ortofrutta “Made in Italy”, come già sta facendo.

Noi italiani fondiamo ancora il nostro mondo sulla base di una mentalità campanilistica, il che rappresenta un freno allo sviluppo dell’economia agricola. Ma si sa, parafrasando, i figli ed i nipoti dei gatti mangiano i topi.

Noi, però, alla fine staremo buoni e tranquilli.

Io, invece, nonostante tutto, credo nell’imprenditoria agricola italiana e dico che bisogna sfruttare le occasioni e capire che si può essere sul mercato anche senza associarsi ai grandi gruppi, ma creando - con la volontà e il progressivo abbattimento di barriere frenanti - nuove realtà che comprendano soggetti dinamici e attenti alle opportunità, creando entità proprie ed indipendenti con sbocchi di mercato che possano ridestare l’orgoglio produttivo italiano grazie a dinamiche di prezzo più consone ai costi di produzione ed agli sforzi profusi in campagna.

La distintività, nel mare magnum dell’omologazione, pagherà ancora.

La Rivista


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